Ar(r)a(b)bia Saudita

La scelta della Lega Serie A di disputare la finale di Supercoppa Italiana tra Milan e Juventus in Arabia Saudita ha sollevato il consueto, ciclico polverone polemico. Lo scontro tra integrità di valori e interessi – economici, strategici o politici che siano – sfocia sempre in un unico esito, e non è quello dei filosofi.

Nel caso specifico, la delicata posizione dell’Arabia Saudita sul mappamondo, unita alla sua attuale caratura economica ed agli ottimi rapporti commerciali con l’Italia, impedisce alle istituzioni – in questo caso quelle calcistiche – di esercitare una doverosa obiezione di coscienza. Il legittimo e conseguente sdegno dell’opinione pubblica porta la discussione su un livello che va oltre il mero calcio e si estende all’etica, ma che parte proprio dal discusso piano di presentazione dei biglietti, in cui si legge che le donne potranno avere accesso solo a un settore dello stadio, quello per famiglie.

Il pessimo rapporto con i diritti delle donne (solo per fare qualche esempio, in Arabia Saudita non possono aprire un conto in banca e possono guidare solo da pochi mesi) si unisce ad altri lati oscuri presenti in questo Paese nel cuore del Medio Oriente. I presunti finanziamenti in chiave pro-Isis, il caso del giornalista Jamal Khashoggi, i bombardamenti in Yemen con le armi comprate proprio dall’Italia: nonostante tante ombre, i Sauditi da sempre hanno fatto affari con l’Occidente. Stiamo parlando infatti di un Paese produttore di petrolio, in forte crescita economica, eccellente partner commerciale per tanti stati europei. Un Paese di matrice arabo-sunnita, in una regione del mondo molto delicata, in cui l’equilibrio tra Turchia, Iran e Arabia Saudita deve essere mantenuto a tutti i costi. Un Paese che ospita La Mecca e Ryihad e che occupa un ruolo chiave nel mondo Islamico. Un Paese governato da una famiglia reale ben consapevole della propria forza. Un Paese a cui non si può dire no se offre 22 milioni di euro per i diritti (per i prossimi tre anni) di una partita di calcio.

Le aride dichiarazioni del presidente della Lega Serie A, che ha normalizzato la scelta inquadrandola in una innocua consuetudine nell’industria del pallone, non fanno altro che fotografare la nostra nudità, esacerbando il senso di imbarazzo. La nostra impotenza si rende palese, e questo ci fa incazzare. Anche in altre occasioni, in primis il caso Giulio Regeni (con le dovute proporzioni), abbiamo assistito all’affondare della nostra moralità di fronte alla dura verità. Ci si abitua, ci si assuefa alla sensazione che periodicamente si manifesta fino a renderci disillusi, apatici, incapaci di reagire se non con un tweet indignato.

Anche solo non guardare la partita, di certo non un gesto da La Libertà che guida il popolo, viene inteso come una privazione inutile, un pugno contro il cemento, che conduce a una complicità subcosciente, il cui senso di colpa viene sfogato sui social, riducendo la questione al solito I soldi comandano il mondo. La discussione verrà fagocitata sempre più velocemente da mass media e opinione pubblica, e quello che rimarrà sarà solo il nostro amaro in bocca. Tenuto a bada da una bella coca-cola di fronte alla TV.

 

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Cosa rimane di Berlusconi

Silvio Berlusconi ha infuocato per anni la scena politica italiana. Anni turbolenti, in cui il suo personaggio – e ciò che rappresenta – è sempre stato al centro del palcoscenico. Un palcoscenico da lui stesso imbardato, ma infarcito di imbarazzi, figuracce, critiche, accuse. La sua personalità ha sempre tranciato a metà l’opinione pubblica: chi non lo votava vedeva in lui non solo un oppositore politico, ma molto spesso il Male in persona; d’altro canto, il suo elettorato rimaneva aggrappato al suo carisma con le unghie (e al suo neoliberismo di destra con il portafogli), sotto i colpi sempre più dolenti fatti di scandali, intercettazioni, processi e le famose leggi ad personam. La sua effettiva capacità politica è sempre stata subordinata al suo impatto come personaggio pubblico, alla sua impresentabilità, fino a un punto di non-ritorno in cui l’opinione pubblica ha trasformato il dibattito quotidiano in un tiro al piccione.

Sappiamo tutti come è finita, e nonostante Berlusconi sia ancora presente sulla scena politica italiana, è evidente come il Berlusconismo sia arrivato ormai al canto del cigno. Il film di Sorrentino Loro testimonia questo passaggio da attualità a storia, quasi per sancirne la fine e sospenderne i giudizi. Proprio per questo, è interessante ripensare a quel periodo, e a ciò che ne rimane nella memoria collettiva: un dibattito pubblico quasi interamente incentrato sulla sua figura, sulle sue azioni private, sulle sue uscite infelici, sulle sue gaffes all’estero. Sulla sua vita. Considerando la situazione attuale, in cui siamo bombardati da concetti come spread, mercati e manovre, spending review e deficit di bilancio, sembra passato un secolo.

Tuttavia, rivedere certi video, discorsi e frasi celebri di Berlusconi fa scattare quasi un sentimento di tenerezza, di sano alleggerimento, di ironica empatia nei suoi confronti. Nei confronti di un uomo che per vent’anni ha monopolizzato il dibattito pubblico, sotterrando – con la complicità di chi lo attorniava – temi ben più importanti, che durante e dopo la sua caduta sono riaffiorati prepotenti. Certo, il Berlusconismo è stato molto più di questo, ma ciò che rimane tangibile ora sono il bunga bunga, il suo kapo a Schulz al Parlamento Europeo, la sua maleducazione da ospite della Regina Elisabetta, i suoi numeri sparati a caso, il suo  abbronzato ad Obama, il suo Impero televisivo fatto di veline e aspiranti tali.

Vederlo ora battagliare, con le ultime forze in un ruolo di oppositore che è la parodia di se stesso, strappa un sorriso compassionevole. Un uomo una volta in cima alla piramide da lui stesso costruita, che ha ormai perso tutto il suo appeal elettorale e sociale e che ora pare un leoncino inoffensivo. Di fronte alla classe politica emergente. fatta dai Salvini, dai Renzi e dai Di Maio, la sua minacciosità viene ridimensionata, la deriva autoritaria e nemica del popolo che veniva descritta si rivela invece molto più modesta. Forse la sua più grande colpa è proprio questa: aver distratto un Paese per anni, lasciandolo statico, fiacco e lobotomizzato. Un Paese in mutande davanti allo specchio, confuso e ridicolizzato. Un Paese pronto a tutto pur di ritornare alla normalità.

Chiunque può

Qualche anno fa la coppia comica foggiana Pio e Amedeo, prima del boom di Emigratis, si dilettava a perculare personaggi del mondo dello spettacolo con il format Chiunque può: i due fingevano un’intervista interrotta da un passante che comincia ad insultare e mettere in dubbio l’attendibilità delle parole dell’interpellato. Al di là dell’effettiva simpatia del programma, le due parole utilizzate per il titolo sintetizzano una tendenza social-culturale la cui impennata è sotto gli occhi di tutti.

Grazie a Internet, alla condivisione e alle tecnologie smart, quell’enorme nebulosa che è la conoscenza umana- o presunta tale – è diventata accessibile a un’enorme gregge di persone. Persone comuni, spesso senza preparazioni specifiche per poter giudicare la genuinità delle informazioni ricevute, che di colpo scoprono di potersi improvvisare medici, economisti, architetti, giornalisti. Politici. Professioni da sempre elitarie e nobili, diventate fragili, aggredibili dal cittadino informato e il suo iPhone. Invidia sociale e sovrastima delle proprie capacità fanno il resto: chiunque può, perché l’ho letto su Facebook. Perché non mi fido delle istituzioni. Perché se lo puoi fare tu, lo posso fare anche io.  

Di fronte a questa offensiva senza precedenti alla credibilità di chi sa perché ha studiato, i rappresentanti delle varie professioni hanno contrattaccato seguendo una falsariga comune. La celebre lettera di Umberto Eco in cui l’ondata descritta viene minimizzata a legioni di imbecilli è il mantra abbracciato più o meno da tutti i difensori del sapere, inteso come prestigio conquistato e da proteggere. E così chi pretende di poter dire la sua senza le competenze necessarie viene umiliato, bollato come professore da tastiera, capra, ignorante, populista, asino. Raccogliendo approvazione e likes di studenti e intellettuali che sono – per convinzione o per possibilità – dalla stessa parte della barricata. Cioè quella della scienza, dello studio come sforzo, come percorso nel tempo ma anche come privilegio non necessariamente da condividere.

Tuttavia, questo atteggiamento bellicoso, divisivo e a tratti arrogante non fa altro che ingrassare le legioni di nuovi militanti, contribuendo ad alzare i toni della contrapposizione fino a livelli ormai diventati ingestibili. Dire a un ignorante che è ignorante non lo renderà di certo Diderot, anzi porta la discussione su un piano puramente ideologico. Il clima di insofferenza generale aumenta in entrambe le fazioni, una pentola a pressione che trova sfogo soprattutto, ovviamente, sui social network.

Continuando ad allargare la discrepanza culturale e sociale già esistente, inasprendo i contrasti invece che sedarli, si rischia di arrivare a un punto di non-ritorno le cui conseguenze sono totalmente imprevedibili. Soprattutto perché lo scontro poggia su una disparità numerica, più o meno netta a seconda delle declinazioni ma spesso in favore delle legioni. E in democrazia non si tratta di un particolare da poco.

 

Il calcio è di chi lo ama?

Il delicato giorno di maggio in cui il presidente UEFA Aleksander Čeferin diede l’annuncio ufficiale della nascita della European Super League, di fronte a sciami di giornalisti arrivati a Nyon con parecchio tempo di anticipo, nessuno venne veramente colto di sorpresa. D’altra parte, la notizia trapelava da mesi, ma solo nelle ultime settimane la voce che voleva la nascita di un organismo per un nuovo campionato di calcio tra le 24 più forti squadre d’Europa si era fatta prepotente. Il vento del cambiamento soffiava già da tempo sulla Champions League, ma l’idea che potesse essere proprio l’UEFA a coordinare la metamorfosi sembrava controintuitiva, quasi irragionevole anche e soprattutto sotto l’aspetto gestionale. Ma parafrasando Mark Renton, la domanda giusta da fare è chi ha bisogno di ragioni quando ha i diritti TV ?

La nuova lega, al cui vertice sarebbe stato eletto, qualche giorno dopo, l’ex allenatore del Bayern Jupp Heynckes, avrebbe preso piede con effetto immediato a partire dalla stagione successiva con iscritte le seguenti squadre: Atletico Madrid, Barcellona, Real Madrid e Valencia per la Spagna; Juventus, Milan, Inter e Roma per l’Italia, Manchester City, Manchester United, Chelsea, Arsenal e Liverpool per l’Inghilterra; Bayern Monaco, Borussia Dortmund e Leverkusen per la Germania; PSG, Olympique Marsiglia e Lione per la Francia; Porto e Benfica per il Portogallo; le altre nazioni che potevano contare su una squadra erano Olanda (Ajax); Russia (Zenit) e Ucraina (Shaktar Donetsk). 46 partite all’anno solo di campionato più i play-off tra le prime 8, niente coppe di lega e, naturalmente, abolizione della Champions League. L’Europa League sarebbe stata mantenuta come palcoscenico secondario per non lasciare a bocca asciutta quelle federazioni tagliate fuori, come Turchia, Belgio, Danimarca o Grecia, in una dimensione totalmente Europa League, appunto. I campionati nazionali sarebbero sopravvissuti, ma senza le squadre partecipanti alla Super Lega: vincerli avrebbe significato sostituire, l’anno seguente, la peggior classificata della stessa nazione (in caso di nazioni con due o più squadre), o le ultime tre peggiori classificate, dopo un doppio turno di play-off (in caso di nazioni con una o senza squadra). “Oggi diamo il via ufficiale a una svolta epocale – aveva sentenziato Čeferin con aria napoleonica – Il campionato che nascerà sarà il più bello e seguito della storia dello sport”. Dietro di lui, i presidenti dei top team – tra cui un raggiante Andrea Agnelli – annuivano pedissequamente, ben consapevoli di trovarsi di fronte a un’enorme gallina dalle uova d’oro.

La campagna mediatica che venne a seguire fu massiccia e dispendiosa, ma clamorosamente azzeccata: il nuovo brand, le pubblicità effimere di 5 secondi con i calciatori che sussurrano di prepararsi alla battaglia, il profilo Instagram da 30 milioni di followers in un giorno: l’ESL piaceva. L’idea di vedere i giocatori più forti del mondo tutti insieme non era nuova, certo, ma il modello NBA plasmato sull’industria del calcio assumeva un’impronta mediatica incomparabile: unificare in un solo polo tutte le attenzioni del mondo del pallone, per nove mesi l’anno, era qualcosa che mai si era visto prima. Aveva ragione Ceferin: la Rivoluzione era di portata mastodontica.

Ovviamente, gli inizi non furono dei migliori. Innanzitutto perché la scelta delle squadre partecipanti non fu resa nota, e solo in seguito si venne a sapere che tutti i presidenti delle società coinvolte erano d’accordo già da tempo con la UEFA. La SSC Napoli presentò un ricorso il giorno dopo l’annuncio ufficiale, sostenendo che la propria esclusione fosse inconcepibile considerato il ranking UEFA per club e la presenza di Milan e Inter; tredici squadre di Premier League, capeggiate dal Tottenham, denunciarono la UEFA alla Commissione Europea. Ma la nuova Lega aveva leggi proprie e soprattutto nessun legame con i paradigmi precedenti: le basi erano state affondate mesi prima, quando uno alla volta tutti i posti di vertice nelle Federazioni Nazionali erano stati occupati da fedelissimi di potere, che obbedirono come foche ammaestrate appena fu dato loro il via libera. “Non si può fermare il vento con le mani” aveva glissato Heynckes per mettere a tacere le proteste di chi era rimasto fuori dalla giostra. Giostra che cominciò a girare a settembre, quando Benfica – Juventus frantumò il record di ascolti televisivi per una partita d’esordio. I giocatori, seppur costretti a muoversi in aereo per molto più tempo, furono ben lieti di entrare a giocare in una Lega dove il calciomercato interno non sussisteva più sui prezzi dei cartellini, ma su trades tra giocatori e ingaggi, che lievitarono. Meno contenti furono i procuratori, che in principio protestarono duramente, poi essendo procuratori, e quindi simpatici a nessuno, dovettero adeguarsi alle nuove regole senza alcun compromesso. I giocatori, al contrario, venivano seguiti individualmente da un corredo statistico completo, primo parametro considerato per consentirgli la sopravvivenza nella Lega. Queste imbarazzanti somiglianze con il modello NBA portò a una cascata di ironia e memes sui social network, partendo proprio da un botta e risposta di tweets tra stessa NBA – che fondamentalmente rosica – e l’UEFA:

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Seppur lentamente, giornali e mass media cominciarono ad abituarsi all’idea, abbagliati dalla portata economica e sociale del prodotto ESL. La gente comune invece ebbe reazioni contrastanti: numerosi furono gli scontri tra polizia e frange più calde di tifosi, in rivolta contro questo tentativo di globalizzazione del calcio, soprattutto nella periferia dell’Impero, in quei campionati nazionali che ormai erano diventati poveri e sconclusionati. La prospettiva, unica, della promozione in ESL riguardava sempre poche squadre rimaste aggrappate alla giostra, ma la maggior parte delle società non coinvolte scoprì presto che il banco avrebbe vinto a lungo. I club più ricchi sarebbero diventati sempre più ricchi sulle spalle delle società minori, che sarebbero state risucchiate dal sistema senza possibilità di reazione: la logica del capitalismo post-colonialista era piombata sul mondo del pallone con una violenza che non si era mai vista prima. La crepa si aprì presto, con un effetto domino che partendo dai vertici arrivò a colpire tutte le categorie del calcio europeo professionista: molte squadre fallirono, incapaci di sopravvivere senza i proventi dalle televisioni. In Italia la Lazio tentò di boicottare la Serie A schierando la Primavera per le prime 5 giornate, ma alla fine anche Lotito dovette arrendersi, cercando disperatamente di contendere il titolo al Napoli. In Inghilterra con le cinque migliori squadre fuori dalla Premier la bolla dei trasferimenti scoppiò, e un esodo di massa a prezzi superscontati fu l’unica maniera per non far crollare un castello che ormai era diventato di carta: quando Gilfy Sigurdsson andò al CSKA Mosca per 5 milioni di euro tutti si accorsero che nella perfida Albione le cose erano messe maluccio. In Spagna, i Paesi Baschi incanalarono le polemiche sportive con i sempreverdi desideri separatisti per dare vita all’Euskal Ligara, un campionato a parte a 10 squadre, alla quale seguì una multa salatissima da parte della Liga, che si ritrovò denudata di fronte alla propria ipocrisia, avendo lasciato andare via le quattro migliori squadre senza battere ciglio.

Quando l’opinione pubblica capì realmente la portata dello tsunami l’onda era già arrivata in fondo alla prima stagione. Era troppo tardi. Il gigante non poteva più cadere. Gli introiti che fagocitava ogni giorno, dal mercoledì alla domenica, erano sufficienti a coprire tutto il fango in cui occasionalmente inciampava. Il record di incassi per la vendita dei diritti TV fu stuprato quando un’emittente cinese arrivò a pagare l’esclusiva per l’anno successivo 11 miliardi di euro. Il successo mediatico che ebbe la conquista del campionato da parte del Bayern Monaco, trionfante in finale contro il Real Madrid, fu incomparabile. Le società non fecero però in tempo ad arricchirsi perché quando il luglio successivo Heynckes annunciò l’obbligatorietà del salary cap, fu introdotto anche un nuovo regolamento che regalava gran parte dei proventi dai diritti d’immagine delle società in mano alla Lega, con il compito di ridistribuirli. I club più potenti ovviamente non presero bene la mossa, ma si scoprirono di colpo inermi di fronte al golem che loro stessi avevano creato: uscirne fuori era davvero l’unica soluzione? Solo il Borussia Dortmund ebbe il coraggio di farlo fin da subito (al cui posto arrivò uno Schalke 04 ridotto ai minimi storici, che terminerà la stagione successiva con 9 punti, battendo il record negativo del Benfica). La battaglia ideologica era già stata persa: un nuovo algoritmo culturale e sportivo, alla faccia dei nostalgici, aveva visto la luce.

Generazione Erasmus

La chiamano La Generazione Erasmus. Una fiumana di giovani, prevalentemente nati a cavallo degli anni ’90, che si sta affacciando al mondo degli adulti nell’epoca dei social network, della globalizzazione dei mercati e delle idee, dell’information overload e, appunto, dell’Erasmus come esperienza iniziatrice e perpetua; un battesimo per essere un Cittadino del Mondo. I numeri parlano chiaro: l’ascesa di questo modus vivendi è netta e sta coinvolgendo sempre più persone; solo in Italia, l’anno scolastico 2017-2018 ha visto partire oltre 41mila ragazzi e ragazzi.

Avere la possibilità di viaggiare con frequenza, entrare in contatto con culture differenti, rendersi conto di come funzionano le cose al di fuori del proprio giardino sono sicuramente esperienze forti, che plasmano la personalità, limandone gli spigoli e aumentandone la visione d’insieme. L’abbattimento delle frontiere, metaforicamente o meno, è l’emblema di questo nuova mentalità. Il provincialismo, il clima di chiusura e di pregiudizio si sciolgono impotenti di fronte alla crescente ondata di benpensare, di apertura mentale e di interazioni. Il cammino di questa generazione sembra quindi spianato verso un mondo liberale e interconnesso, globalizzato e multietnico, ipertecnologico e costantemente in diretta.

Tutto molto esaltante, certo. La realtà però, come spesso accade, è molto più poliedrica e sfaccettata di così. E alcune di queste facce, come il lato oscuro della Luna, non vengono mai mostrate, coerentemente con l’arrembante cultura influencer in cui solo quello che si sceglie di condividere succede veramente. Ma questo lato oscuro, questo elefante nella stanza, continua a esistere.

In un contesto in cui si viene bombardati ogni giorno con centinaia di immagini, informazioni e “suggerimenti commerciali”, avere un filtro culturale ed umano sulla realtà è la conditio di partenza. In assenza di questo filtro, il rischio è quello di interpretare il mondo con superficialità, di non curarne gli aspetti più importanti, finendo per boccheggiare inconsciamente in un mare magnum dove ogni pesce è potenzialmente uno squalo. Questa generazione è la prima a dover affacciarsi completamente con questa evoluzione socio-culturale: il rischio è quello di non avere gli strumenti per assecondarla e farla propria, venendo risucchiati da un tornado che non ti risputerà più. Senza la mappa, il parco divertimenti può trasformarsi in un labirinto. E allora tutto diventa funzionale all’emergere del singolo individuo, del consumatore, del suo divertimento necessariamente da condividere, del suo senso di superiorità nei confronti di chi non ha fatto le stesse esperienze. L’Erasmus stesso molto spesso si limita a convertirsi in una vacanza edonistica a lungo termine, in cui si perde di vista il vero senso dello scambio in nome di un carpe diem afinalistico. La promozione della propria persona come se fosse un brand prende il sopravvento sul reale impatto delle esperienze, bloccando di fatto il processo di crescita che dovrebbe derivarne. Questo meraviglioso mondo cosmopolita, con le sue infinite opportunità, si trasforma quindi in un miraggio, una macchina che non siamo in grado di guidare e di cui finiamo succubi, lentamente. Senza neanche accorgercene.

Ai tifosi.

La corsa è finita. L’A.C. Cesena se ne va dopo una breve ma intensa agonia, come lacrime nella pioggia anonima di una giornata qualunque di un luglio qualunque. Il tonfo, già largamente preannunciato, non fa neanche così tanto frastuono, diluito da settimane di rinvii, ultimatum, proroghe e flebili speranze: assomiglia più a una presa di coscienza della realtà, una resa accondiscendente alla cruda evidenza. Il fallimento di una società profondamente radicata nell’immaginario collettivo romagnolo, così passionalmente intrisa di senso di appartenenza locale, sarà sicuramente un boccone duro da digerire per tutti i tifosi del Cavalluccio, che sono tanti. I prossimi mesi, quelli dove si cercherà di rialzare la testa, goffamente e con affanno, cercando di fare il pieno di ossigeno dopo l’apnea di queste settimane, saranno i più laboriosi e difficili. Soprattutto per chi andava allo stadio, per chi seguiva le trasferte, per chi ha visto questa squadra come unica fede calcistica, per chi Siamo noi, siamo noi, la Romagna siamo solamente noi.

Il mio pensiero attuale va proprio a queste persone. Alla gente del Cesena, che ho avuto modo di ammirare per anni immerso nella Curva Mare, da spettatore esterno e da partecipe attivo. I ricordi sono frammenti di vita, schegge nel cervello che riaffiorano come se fossero calamitate. La fiumana di mani che si alzava ritmicamente – chi più chi meno – ad ogni coro; i volti consumati da sudore e adrenalina che gioivano, sbraitavano o bestemmiavano contro l’arbitro; i tentativi sempre fallimentari di tenere in piedi le birre, spesso appena comprate, dopo ogni gol; il dialetto sbiascicato dei signori più anziani che non erano eufemisticamente d’accordo con la sostituzione appena avvenuta; la pubblicità degli occhiali Visani che, come tutti sanno, fanno vedere i gol vicini e lontani; la magia di una rimonta che si conclude all’ultimo minuto, quasi fosse prevista da un qualche Dio dimenticato; la classe con cui si muovevano in campo gli Emiliano Salvetti o i Luis Jimenez; i giovedì pomeriggio a Villa Silvia, passati a seguire gli allenamenti in compagnia di pensionati arzilli, eccitati dal possibile acquisto di Pavoletti o certi che Valzania avrà un grande futuro in Serie A.

Il calcio di provincia, quello poco spettacolare, sudicio, combattivo, ancora non del tutto invaso dalla logica del profitto come unico mantra. Un calcio che cerca solo di galleggiare, che vive principalmente a causa e in funzione dei propri tifosi e delle loro emozioni. Un calcio territoriale, vissuto, figlio dei propri difetti, del campanilismo, dell’orgoglio e del senso di appartenenza a una comunità: in poche parole, l’essenza del calcio stessa, privata di tutte le sovrastrutture che ormai diamo per scontato lo compongano, ma che in realtà lo ingrassano e basta.

Le responsabilità e le colpe del disastro non sono ancora del tutto chiare, con il solito processo di scaricabarile che ormai in Italia conosciamo sin troppo bene. Ma difendere i tifosi, le persone che tengono la spina attaccata alla corrente, è doveroso. A Cesena così come a Reggio Emilia, a Fasano come a Bari: lo sport, e in particolare il calcio, è di proprietà di chi lo alimenta, di chi decide di spendere soldi e  tempo per una squadra che è anche un’idea, un simbolo. E così sarà sempre. Con buona pace del Sassuolo di turno.

Il calcio, com’è noto, è il gioco del popolo, e come tale cade nelle grinfie di tutta quella gente che non è, insomma, il popolo. (Nick Hornby, Febbre a 90°).

Guerre di serie B

Le ultime vicende di cronaca internazionale – la strage di Nizza e il golpe (o presunto tale) in Turchia – hanno fatto riemergere la solita, noiosa diatriba che ciclicamente impazza sui social network. Le due fazioni, alle quali le persone aderiscono con la fedeltà di Capezzone, sono le seguenti: da una parte c’è chi espone il proprio cordoglio nei confronti delle vittime, molto spesso ostentando un dolore che in realtà è fittizio; dietro l’altra trincea invece stanno i realisti, i cinici, allergici a questo tipo di ipocrisia, che si scagliano a suon di tweet e post rivendicando tutti quegli avvenimenti che passano inosservati agli occhi dei media occidentali, dalle bombe francesi in Siria agli attentati  giornalieri in Medio Oriente. 

Premesso che ormai stoicamente sto imparando ad accettare questa eterogeneità da parte dei mezzi di comunicazione nel trattamento di fatti che coinvolgano direttamente l’Occidente o meno – per certi versi è anche comprensibile che un attentato in Francia faccia più rumore che uno in Iraq – il pensiero della seconda fazione mi stimola fortemente. Perché è giusto approcciare, o almeno cercare di farlo, tutte le stragi con lo stesso atteggiamento, senza disambiguità nel trattare il dolore, il sangue, il male. Ma quello che mi chiedo allora è: in quanti altri posti del mondo, senza che noi nemmeno ce ne possiamo accorgere, si stanno consumando tragedie da decenni? Troppi, purtroppo. Ma di molti di questi nessuno ne parla, nemmeno la categoria dei cinici e dei realisti. 

Penso alla lotta continua del popolo kurdo, al dramma palestinese, agli scontri in Congo, Sudan, Egitto e Nigeria, alla Thailandia, alla secessione ucraina. Guerre che stanno avvenendo proprio ora, ma che sono troppo piccole, o troppo vecchie, o troppo poco interessanti per giornali e TV. Non  possono certo valere una menzione ora, mentre la Francia è ancora sotto shock. E allora è proprio compito nostro, delle persone comuni, tenere a mente che esistono. Non ci possiamo fare niente, ma esistono. Esserne consapevoli è il primo passo per non perdere la bussola e non cadere nell’ipocrisia. Almeno fino al prossimo attacco in Europa.